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Alberto Tarocco
il Signore delle porte

“Il legno è materia nobile e strana, non è più terra e carne non è ancora; è come il latte che non è sangue ma è già più che acqua”
Luigi Santucci

La porta del laboratorio è aperta. Abbasso la maniglia e faccio per entrare. Il trillo di un campanello interno dovrebbe segnalare la mia presenza ma in realtà niente si muove; dal foro circolare di una bellissima scala a chiocciola dai gradini di legno intarsiato provengono delle voci ma, dal tono che rimane colloquiale, nessuno sembra essersi accorto dell’intrusione.

Ho il tempo per guardarmi attorno ed “annusare” l’ambiente.

Ci sono spesse tavole di legno massiccio appoggiate un po’ su tutte le lunghe facciate interne del laboratorio; sembrano enormi soldati di un esercito giocattolo in attesa di qualcuno che li prenda in mano per far loro vivere qualche epica battaglia. Un’enorme cornice dorata inquadra il nulla di una parete bianca che così rimane aperta ad ogni suggestione pittorica o artistica. Ovunque sedute lavorate o schienali intarsiati di seggiole accatastate una sopra le altre in un suggestivo campionario fatto di riccioli, modanature, ghirigori, linee spezzate o perfettamente geometriche.

All’improvviso davanti a me si presenta un pezzo straordinario… E un elegantissimo pianoforte a coda di fattura francese. Le gambe resistenti e tornite, i pedali raccolti in una fusoliera a forma di antica lira romana, il corpo dello strumento decorato con listelli di legno colorato che lo rendono allo stesso tempo massiccio e imponente. “Se non fosse per la tastiera dai tasti irrimediabilmente rialzati…” penso tra me e me “Mi piacerebbe provare a suonarlo! Sarebbe una cannonata!”.

Salgo in fretta gli scalini di legno intarsiato e raggiungo l’ufficio da dove provenivano le voci.

Alberto mi accoglie sulla porta. L’ambiente è fantastico! Le vetrate lasciano entrare tantissima luce che da queste parti in inverno è un bene prezioso. Le boiserie sono rivestite di lamine preziose, mentre i capitelli e i fusti delle colonne hanno scanalature profonde da cui si generano ombre e chiaroscuri che ricordano gli echini e le metope dei templi greci e romani.

Tutto è fatto e profuma di legno… Tranne il grosso gatto che si pasce al calore della stufa accesa.

Anche il grande tavolo rotondo al quale ci sediamo è straordinariamente bello ed elegante; ma forse ancora di più lo è l’enorme lampadario di legno dorato che troneggia immobile sulle nostre teste.

 

“Qui a Cerea tutto parte da un certo Giuseppe Merlin…” mi dice Alberto raccontando spedito “Che era un semplice falegname ma che sapeva fare di tutto e sapeva aggiustare ogni cosa. Dalla stanga del carretto, alle gambe delle sedie, dalle assi delle tavole ai piccoli mobili per la camera. I signori di Verona venivano sin qui proprio per farsi fare i mobili da questo falegname perché sapevano che all’occorrenza li avrebbe realizzati perfettamente uguali a quelli che già possedevano nelle loro case di città… Stiamo parlando non di mobilio antico ma di mobilio strà de la de antico!”. E ride sonoramente. “Poi, sai come vanno le cose quando tutt’intorno gira per il verso giusto” prosegue “I giovani si mettono a bottega, imparano in fretta il mestiere, si trovava un genitore o una banca che ti da fiducia e nel giro di un paio di decenni tutta la zona si trasforma, si arricchisce e ne trae profitto; non una semplice scuola del lavoro ma una vera e proprio cultura del lavoro che è una cosa ben diversa”. Negli anni Cinquanta il padre Giorgio apre anche lui in proprio e in fretta raggiunge subito dei buoni se non ottimi risultati. “Li chiamavano gli anni delle cinghie perché bastava un motore elettrico, due o tre cinghie prese da un vecchio trattore e subito s’inventavano nuove macchine utensili per segare, piallare, levigare, fresare… Si sottraeva fatica al lavoro e ci si allontanava dall’artigianalità a favore dell’industrializzazione del prodotto. Meno botteghe e più capannoni, meno pialle, sgorbie e scalpelli e più tornii a controllo numerico, meno banchi da lavoro e più cad computerizzati…”. Capisco subito dove vuole portarmi Alberto nel suo discorso. La strada per lo sviluppo dell’azienda Tarocco è segnata ma anche, in un certo modo, subita. “Andare all’estero a vendere il proprio prodotto costa e costa molto… Il grimaldello o meglio il passe partout – visto che parliamo di usci fatti a d’arte – del tanto sbandierato Made in Italy non sempre apre tutte le porte! Servono interpreti, architetti, responsabili marketing e diverse certificazioni di prodotto che a volte sono difficilissime da ottenere”. Parliamo animatamente per una buona mezz’ora. Poi all’improvviso Alberto si alza e mi dice “Vieni a vedere la nostra show room!”. Su entrambi i lati di un lungo corridoio tutto allestito con diversi pezzi di mobilio a dir poco pregevoli e ricercati, sono disposte cinque o sei porte una diversa dall’altra, una più lavorata dell’altra, una più bella dell’altra. Alberto ne apre una alla volta e mi svela una serie di stanze perfettamente ammobiliate – sin nei minimi particolari – che sembrano fatte apposta per girare la scena di un film. Nella prima siamo in Francia ai tempi del Re sole. Nella seconda a Venezia durante il massimo splendore della Serenissima; in quella dopo siamo a Manhattan in un prestigioso ufficio di un grattacielo tra la Quinta e la Quarta strada. Ci mancava solo il bar viennese con l’immancabile biliardo in legno e tappeto verde… Nell’ultima in fondo, pensata credo per uno chalet svizzero, si respira profumo di montagna e da fuori le finestre ti aspetti di vedere scendere qualche fiocco di neve candida. “Dobbiamo puntare sulla bellezza…” sembra quasi sentenziare Alberto. “Siamo o non siamo davvero il Bel Paese? Ma io intendo il Bel Paese del cibo, del bere, del vestire, del turismo, dell’artigianato, del parlare, dello stile di vita e perfino dello stile di lavorare… Quello stile di lavorare che anche quando siamo all’estero per arredare un negozio, un bar, un ufficio vogliamo a tutti i costi mantenere… A Mezzogiorno ci si ferma, si pranza assieme, ci si conosce, ci si confronta, ci si arricchisce! Invece di riempirsi la bocca con il Made in Italy, che poi lo sappiamo tutti è solo di facciata, perché invece non cominciamo a parlare di italianità che è tutta un’altra cosa e che al giorno d’oggi vale molto di più in quanto non copiabile, non contraffabile, ma allo stesso modo veramente esportabile in tutto il mondo con coraggio e orgoglio”. Ci soffermiamo ancora alcuni minuti a confrontarci su quanta “veronesità” si potrebbe inserire in questa “italianità” e come inevitabilmente in questi tempi di omologazione globalizzata “Non servano i grandi capannoni che consumano soltanto territorio e campagna…” mi dice Alberto mentre passiamo nuovamente vicino al bellissimo pianoforte a coda “Oggi serve soprattutto una grande sapienza per un buon conoscere, un buon costruire, un buon lavorare, un buon tramandare…”. Lo saluto cordialmente e mentre risalgo in macchina mi ricordo di aver letto in qualche libro dell’oramai lontano Liceo che per l’antica filosofia greca la bellezza era – ma grazie a Dio lo è ancora –  sempre sinonimo di bontà e di giustizia.   Bello e buono appunto.   Italo Martinelli
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